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martedì 3 giugno 2003
POESIAFESTIVAL 2003

ΙΛΙΑΣ ILIADE

di e con Matteo Belli
con Andrea De Luca, Maria Letizia Gorga, Katia Pietrobelli
Musiche eseguite in scena da Ensemble Bradamante

Vittorio Centanaro e Luce Tondi

Archivio
 

 

giovedì 5 giugno 2003 , pag. 42

Al Teatro Romano l’attore bolognese ha messo in scena una grande e solenne cantata drammatica di alcuni episodi dell’«Iliade»

L’Omero barbarico di Belli
La morte di Ettore in battaglia si carica di emozione
Paola Azzolini

 

Scriveva Slovskij, forse il più grande dei formalisti russi del Novecento, caposcuola di una corrente critica che ha innovato profondamente il modo di leggere i testi, che un classico va trattato come Ivan il Terribile trattava i suoi servi: con il bastone e la frusta. Solo se siamo in grado di batterlo e urtarlo, riusciremo a farci dire tutto quanto ha da dirci. E' proprio quello che fa Matteo Belli con la sua compagnia di musicisti e attori alle prese con l'immortale episodio della morte di Ettore nell 'Iliade .
E così aveva fatto per Dante e la Commedia nelle rappresentazioni dell'anno scorso. Intendiamoci: nessuna prevaricazione violenta, ma la penetrazione sapiente nelle fibre profonde, dove il linguaggio cede i suoi segreti e si allontana l'eco delle innumerevoli letture che la tradizione secolare ha deposto sul testo, come le bende sul corpo di una mummia.
Ospite anche quest'anno del Poesia Festival di Verona e della Valpolicella, l'attore bolognese ha messo in scena al Teatro Romano una grande, solenne cantata drammatica, con un coro di giovani attori, quattro voci soliste, fra cui quella di Belli, e l'Ensemble Bradamante, un gruppo di musicisti che esegue le musiche di Paolo Vivaldi, musiche variegate da molteplici sonorità interetniche.
Il pubblico numeroso, come è ormai consuetudine per gli spettacoli di questo Festival di poesia, se si aspettava una composta riesumazione dell'Iliade neoclassica che abbiamo conosciuto (o misconosciuto?) sui banchi di scuola, è rimasto deluso. L' Omero di Belli e del suo valido traduttore, Francesco Franchi, non esce dalla metopa di Lord Elgin, candida e asettica nella sua metafisica perfezione. E' un Omero remoto e barbarico, segnato da un Oriente senza tempo, senza esotismo, carico di dolore umano e di morte.
La vicenda della morte di Ettore in battaglia si è caricata dell'emozione della musica e delle voci che sono, in questa partitura intensa, anch'esse musica, dissonante e tragica. Tutto il pathos della guerra come dolore e violenza, della forza come esplosione selvaggia di vendetta, ha trovato il suo dove nelle voci degli attori sapientemente alternate nella narrazione del terrore e della virtù bellica della vittima, nello strazio di Priamo e di Ecuba, nel lamento lugubre di Andromaca, vedova, e di Astianatte, orfano e derelitto. Anche Ettore è un eroe, ma ha paura, Achille è una macchina di vendetta, gli dei impotenti guardano dall'alto il compiersi del destino.
Ci eravamo forse dimenticati che Troia è una città orientale, che i Greci hanno sempre dall'antichità dialogato o lottato con l'Oriente. Le voci dei cantanti, il suono degli strumenti ci ha riportato questo oriente tragico e distante sotto gli occhi e ci ha fatto ricordare che il poeta Omero è rappresentato con lo strumento musicale della "lira", è chiamato "cantore". La parola poetica cioè nasce insieme alla musica e si completa con essa.
In questi tempi in cui invano le bandiere della pace hanno sventolato a tutti i balconi e le finestre, la poesia omerica ha evocato con parole semplici e potenti che cosa è la guerra, vissuta dalla parte dei vinti. Gli sconfitti, i morti, i fanciulli privati degli affetti e del diritto stesso di sopravvivere non hanno un'epoca precisa: sono contemporanei oggi come duemila anni fa. Ma per farci riscoprire questa straordinaria attualità del testo omerico bisognava farlo uscire dal suo involucro, dove stava imbalsamato, e farci sentire di nuovo le emozioni che forse sentivano, come ora le abbiamo sentite noi, gli ascoltatori antichi.